Il tuo lavoro ti sta stretto e non vedi l’ora di cambiarlo? Scopri la Quitting Economy, l’arte delle dimissioni.

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Voglia di cambiare lavoro? Lo sapete cos’è la Quitting Economy? È l’arte delle dimissioni, il nomadismo professionale. Il momento in cui nella vita dei lavoratori contemporanei accade qualcosa, che ha a che fare con la crescita lavorativa. E si sente un’incredibile e inguaribile voglia di cambiamento. Scopriamo insieme cosa comporta.

Quitting Economy: come cambia il lavoro per chi decide di lasciare il proprio posto

Nei giorni di oggi si sta diffondendo sempre di più un fenomeno che sta cambiando lentamente i paradigmi del lavoro. In particolare, se prima erano le aziende che avevano il controllo assoluto sul mercato del lavoro, oggi invece il potere della negoziazione può passare nelle mani di un dipendente, purché riesca a distaccarsi, soprattutto emotivamente.
In pratica, funziona che ogni dipendente dovrebbe sentirsi come una piccola azienda, in grado di affrontare il mercato del lavoro senza particolari legami con i datori di lavoro, se non quelli che derivano dalla correttezza professionale.
Questo fenomeno viene chiamato “Quitting Economy”, che in Italia dovrebbe risultare più o meno “arte delle dimissioni”. O, se si vuole, nomadismo professionale.

Ceo of Me: il modello neoliberista degli anni ’90

Trent’anni fa, Friedich Hayek e Milton Friedman avevano già coniato il concetto di Ceo of Me, dove ognuno si diceva imprenditore di se stesso. Un modello neoliberista in cui l’individualismo e l’attitudine al cambiamento garantiscono la performance lavorativa. Spostarsi di azienda in azienda significa apprendere i modelli diversi e saper confrontarli tra loro, e questo ti porta automaticamente ad adottare nel tuo lavoro le soluzioni più efficaci. Quindi, a livello di crescita personale e professionale, la quitting economy non ha rivali.

Il turnover una manna per aziende e professionisti

Il turnover potrebbe, inoltre, essere una manna soprattutto per le aziende, che sono meno responsabili della stabilità lavorativa delle persone. E possono permettersi un maggior ricircolo di personale. Ma questo torna utile anche ai lavoratori. Secondo Reid Hoffman, cofondatore di Linkedin, i migliori lavoratori sono quelli che si muovono in maniera agile tra un’azienda e l’altra. E anzi, le imprese dovrebbero lasciarli andare, temporaneamente, e poi fare di tutto per riprenderseli, una volta che si son spostati e hanno vissuto diverse realtà aziendali.

Claustrofobia lavorativa: cos’è e come fermarla

Hoffman dice che oggi si è creato il rischio di una claustrofobia lavorativa, che potrebbe avere effetti sul malessere in azienda, con conseguenze negative sulla qualità del lavoro.
Il benessere aziendale è un risultato che non può essere misurabile da un punto di vista quantitativo (intangible). Tuttavia esso è un parametro fondamentale, tenuto in alta considerazione dagli analisti finanziari, perché condiziona fortemente la capitalizzazione di un’azienda.
In un’azienda in cui c’è stabilità lavorativa, ma malcontento dovuto alla claustrofobia esiste un alto rischio che si creino disordini e scompensi a livello lavorativo, oltre che si blocchi la crescita professionale non solo dell’azienda ma anche degli stessi dipendenti.

Quitting Economy: un’opportunità per il lavoratore che vuole crescere

Il punto di vista dei job quitters, di questi nomadi che si spostano di ufficio in ufficio e di azienda in azienda è semplice. Il buon posto di lavoro è quello che ti consentirà di passare al prossimo. E proprio nel passaggio sta il valore aggiunto, che è sia di tipo economico, perché ogni passaggio comporta quasi sempre un aumento di stipendio, sia di tipo professionale, perché significa avere una posizione migliore, uno scatto di carriera, e sicuramente una crescita dovuta alle nuove e diverse tecnologie che adesso si potranno utilizzare.

La carriera di oggi: una serie di passaggi tra più aziende e ruoli

Oggi una carriera, allora, si costruisce attraverso il passaggio a più aziende e più ruoli. Tuttavia può venire il dubbio che la precarietà in qualche modo riduca il senso di appartenenza e questo comporti situazioni di slealtà. Alessandro Chelo, consulente di direzione ed esporto di gestione del cambiamento culturale nelle imprese, dice che la vera lealtà di un dipendente è la competenza. Chi lascia un’azienda da cui ha avuto occasioni di formazione e di crescita, sarà grato e leale. E questo atteggiamento è garantito dalla qualità professionale dell’individuo.
L’epoca 4.0 è fatta di movimento continuo. E se gli ultraquarantenni vedevano nel posto fisso il sogno da realizzare, i giovani di oggi invece tendono a mettersi in gioco nel nuovo scenario. E saltano di azienda in azienda, di impresa in impresa, fino a quando non hanno saziato del tutto la loro creatività e voglia di innovazione e di crescita.