
A maggio 2026 Google ha completato uno dei suoi consueti aggiornamenti core, quelli che l’azienda descrive sempre come interventi per “migliorare la qualità complessiva della ricerca”, non per colpire una categoria di siti in particolare. Ma per chi gestisce un ecommerce, la sostanza è diversa dalla forma: guardando i pattern di chi ha perso visibilità in questo aggiornamento, emergono quattro problemi ricorrenti, tutti verificabili — e in gran parte risolvibili — sul proprio sito, senza dover aspettare il prossimo update per scoprire di essere stati penalizzati.
Cosa dice davvero Google sul Core Update di maggio 2026
Va detto con chiarezza: Google non pubblica mai una lista di “colpe” specifiche per un aggiornamento core. Quello che si può fare — ed è quello che hanno fatto diverse analisi indipendenti di settore — è osservare quali tipologie di pagine ecommerce hanno perso impression e posizionamento dopo il rollout, e cercare pattern comuni. Il quadro che emerge, per quanto non ufficiale, è abbastanza coerente da meritare attenzione.
I quattro problemi che hanno penalizzato gli ecommerce
Schede prodotto “thin”. Pagine categoria e scheda prodotto con contenuto minimo, spesso limitato alla descrizione copiata identica dal produttore, o con testo scritto solo per infilarci parole chiave senza reale valore informativo per chi legge, hanno perso terreno in modo significativo.
Segnali E-E-A-T deboli. I siti ecommerce senza una storia di brand riconoscibile, senza contenuti scritti (o comunque supervisionati) da persone con competenza verificabile sul prodotto venduto, e senza segnali di fiducia visibili per il cliente (recensioni reali, informazioni di contatto chiare, policy trasparenti) hanno perso autorevolezza nella nuova valutazione di Google.
Ecommerce basati su feed di terzi. I siti costruiti principalmente su feed prodotto di affiliazione, con pochissimo contenuto editoriale proprio, sono stati tra i più colpiti — in linea, peraltro, con pattern già visti in aggiornamenti core precedenti.
Problemi tecnici irrisolti. Tempi di caricamento lenti, Core Web Vitals sotto soglia (in particolare LCP oltre i 2,5 secondi, che nel 2026 è già considerato un punteggio da migliorare, e oltre i 4 secondi decisamente scarso) e markup schema mancante o incompleto hanno amplificato l’effetto delle altre criticità, non l’hanno sostituito: un sito tecnicamente debole soffre di più anche quando il contenuto sarebbe altrimenti valido.
Checklist: cosa controllare subito sul tuo ecommerce
Prima di rincorrere ogni singolo aggiornamento, ha senso passare in rassegna questi punti sul proprio ecommerce:
- Apri Search Console e confronta la settimana successiva al rollout con quella precedente, segmentando per tipo di pagina (categoria, prodotto, contenuti blog): concentrati sulle pagine che hanno perso impression, non solo clic.
- Verifica quante schede prodotto usano ancora la descrizione originale del produttore senza alcuna riscrittura o arricchimento.
- Controlla la presenza e la correttezza del markup Schema.org (Product, Review, FAQPage) sulle pagine principali.
- Misura i Core Web Vitals reali (non solo simulati) da Search Console, dando priorità alle pagine prodotto e categoria a più alto traffico.
- Chiediti se un utente che arriva per la prima volta sul sito troverebbe segnali chiari di chi siete e perché fidarsi (storia del brand, recensioni verificabili, contatti reali).
Non fermarti alla SERP tradizionale
Un ultimo punto, spesso sottovalutato: nel 2026 l’ottimizzazione per le AI Overview di Google, per Gemini, Perplexity e ChatGPT Search non è più un esperimento di nicchia, ma pratica standard per chi compete sulla ricerca organica. Risolvere i problemi tecnici e di contenuto che penalizzano il posizionamento tradizionale è anche la base minima per poter comparire nelle risposte generate dall’intelligenza artificiale: i due fronti, ricerca classica e ricerca generativa, si stanno sempre più sovrapponendo, e trascurarne uno per inseguire l’altro non è più una strategia sostenibile.









