
Per due anni chi lavora sulla ricerca organica ha vissuto una situazione paradossale. Le risposte generate dall’intelligenza artificiale occupavano la parte alta dei risultati di Google, il traffico cambiava forma, i clienti arrivavano dicendo cose diverse. E Search Console non diceva una parola.
Il 3 giugno 2026 la situazione è cambiata. Google ha annunciato sul blog di Search Central i report Generative AI, una sezione dedicata che mostra quante volte le pagine di un sito compaiono dentro le AI Overviews, in AI Mode e nelle funzioni generative di Discover. Dato ufficiale, gratuito, non stimato.
Prima di aprire il pannello e trarre conclusioni, però, conviene capire esattamente cosa c’è dentro e soprattutto cosa non c’è.
Due anni al buio, poi Google ha acceso la luce a metà
Fino a maggio 2026 chi voleva una stima delle impression nelle AI Overviews doveva incrociare almeno tre fonti: un’analisi delle query che attivano la risposta AI, il confronto con le pagine posizionate in Search Console e una stima del peso della risposta generativa sul CTR, con percentuali che oscillavano dal 35% al 60% a seconda dello studio consultato.
Era un esercizio approssimativo, lento e difficile da presentare a chi deve decidere un budget. Il nuovo report elimina la parte più fragile di quel lavoro, che era l’invenzione del numero di partenza.
Il contesto aiuta a capire l’urgenza. Secondo i dati presentati a Google I/O 2026, AI Mode ha superato il miliardo di utenti e le AI Overviews compaiono su una quota molto ampia delle query. Non era più sostenibile che il proprietario di un sito non avesse alcun dato su una superficie di quelle dimensioni.
Cosa misura davvero il report, e le quattro cose che non troverai
Il report mostra impressioni. Solo impressioni.
Non troverai clic, non troverai CTR, non troverai posizione media e non troverai le query. Google ha dichiarato che altre metriche arriveranno nel tempo, ma oggi il dato è uno solo.
Quello che puoi fare è segmentarlo: per pagina, per Paese, per dispositivo e per data, con granularità oraria, giornaliera, settimanale e mensile. I report sono in realtà due, uno per le funzioni AI dentro la ricerca e uno separato per le funzioni generative di Discover. Restano fuori gli esperimenti di Search Labs, ancora in sviluppo attivo.
L’assenza dei clic non è un dettaglio secondario, perché è esattamente il punto su cui il settore ha chiesto trasparenza a Google. Da un lato l’azienda dichiara che le funzioni AI inviano miliardi di clic a settimana ai siti. Dall’altro gli studi indipendenti citati dalle testate di settore misurano cali del CTR organico nell’ordine del 38-42% sulle query interessate da una risposta AI, con una quota di ricerche che si chiude senza alcun clic stimata intorno al 68% nel 2026.
Le due cose possono essere vere insieme: il volume assoluto di clic può crescere mentre il CTR sulla singola query crolla. Ma senza il dato per pagina nessuno può verificarlo sui propri numeri, e quindi ogni cifra aggregata resta una posizione negoziale, non una misura.
Non lo vedi in Search Console? Non è un errore tuo
Il rilascio è graduale e ha una particolarità geografica.
Google ha attivato il report su un sottoinsieme di proprietà per raccogliere feedback prima di estenderlo a tutti, partendo dal Regno Unito, spinta anche dalle richieste dell’autorità britannica CMA sulla trasparenza dei motori di ricerca. L’estensione al resto del mondo è prevista in seguito.
Se apri il tuo Search Console e la sezione non c’è, le spiegazioni possibili sono due: la tua proprietà non è ancora stata inclusa nel rilascio, oppure il sito non ha ricevuto abbastanza impressioni nelle funzioni AI perché il report abbia dati da mostrare. In nessuno dei due casi si tratta di un problema di configurazione da risolvere.
Sui tempi di arrivo in Italia, al momento non esiste una data ufficiale. Vale la pena controllare periodicamente senza costruirci sopra una pianificazione.
L’interruttore per uscire dalle risposte AI: perché quasi nessun ecommerce dovrebbe usarlo
Insieme al report, Google ha dichiarato di stare testando un controllo che permette di escludere il proprio dominio dalle risposte AI senza perdere posizionamento nei risultati web classici.
Sulla carta è la richiesta che gli editori facevano da due anni. Nella pratica, per chi vende online, è una leva da maneggiare con estrema cautela.
Uscire dalle risposte generative significa rinunciare alla visibilità in una superficie dove il tuo brand può essere citato, valutato e raccomandato. Per un editore che vive di pagine viste il calcolo può avere senso. Per un ecommerce, dove una menzione autorevole dentro una risposta AI può generare una ricerca diretta del brand giorni dopo, la rinuncia è quasi sempre sproporzionata rispetto al beneficio.
Il ragionamento cambia solo in casi molto specifici, per esempio contenuti proprietari ad alto valore che costituiscono di per sé il prodotto venduto.
Le tre domande a cui il report risponde davvero per un ecommerce
Il rischio, con un dato nuovo, è farsi affascinare dalla curva e non cavarne decisioni. Ecco le tre domande che vale la pena porgli.
Quali pagine del catalogo compaiono nelle risposte AI e quali no? Se le tue guide all’acquisto compaiono e le schede prodotto no, hai una indicazione chiara su dove investire in contenuto.
Le impressioni AI crescono mentre il traffico organico cala? È lo scenario più comune nel 2026 e non significa necessariamente che stai perdendo. Significa che stai vincendo visibilità in un posto dove non riesci a misurare la conversione, e che devi affiancare alle metriche di traffico indicatori diversi: ricerche dirette del brand, traffico diretto, lead e richieste in ingresso.
Ci sono differenze forti per dispositivo o per Paese? Se vendi anche fuori Italia, la segmentazione geografica può rivelare mercati dove la tua visibilità AI è molto più alta o molto più bassa della media.
Su cosa incida realmente sulla presenza nelle risposte generative, la posizione ufficiale è nota e vale la pena rileggerla: ne abbiamo parlato analizzando la guida ufficiale di Google sull’ottimizzazione per l’AI, che chiarisce cosa conta e cosa è soltanto rumore di settore.
Bing Webmaster Tools: il dato di prima mano che quasi nessuno guarda
Mentre si attende l’estensione del report Google, esiste già una fonte ufficiale e gratuita che molti ignorano.
Bing Webmaster Tools espone dati sulle performance nelle superfici generative dell’ecosistema Microsoft. Non coprono l’intero mercato, e sarebbe un errore usarli come proxy del comportamento di Google, ma sono dati di prima mano, confrontabili mese su mese e utilizzabili in un report senza doversi giustificare.
Alcune agenzie italiane li usano da tempo come base dei propri report GEO proprio per questo motivo: meglio un dato parziale ma reale che una stima costruita su tre fonti diverse.
Cosa fare questa settimana
Il primo passo è banale ma va fatto: controlla se il report è attivo sulla tua proprietà e, se c’è, esporta i dati per pagina degli ultimi tre mesi disponibili.
Il secondo è di igiene: incrocia le pagine con più impressioni AI con quelle che hanno perso traffico organico. È lì che si nasconde la storia interessante, non nel totale aggregato.
Il terzo riguarda le fondamenta. Nessun report misura una visibilità che non esiste, e la presenza nelle risposte generative poggia sugli stessi segnali che determinano il posizionamento classico. Se il tuo sito ha subito perdite negli ultimi aggiornamenti dell’algoritmo, quello è il cantiere da aprire per primo: abbiamo analizzato in dettaglio cosa ha penalizzato gli ecommerce nel core update di maggio 2026, dalle schede prodotto copiate dal produttore ai segnali di affidabilità deboli.
Il quarto è una raccomandazione di prudenza. Diffida delle dashboard di terze parti che vendono un punteggio di visibilità AI costruito sul conteggio delle citazioni. Il numero di volte in cui un brand viene nominato correla debolmente con quello che conta davvero, cioè essere raccomandato. Ora che esiste un dato ufficiale, il confronto tra i due diventa possibile, ed è un esercizio che vale la pena fare prima di rinnovare qualsiasi abbonamento. Sul tema di cosa serva o non serva per farsi trovare dalle AI, resta utile anche quanto abbiamo scritto su llms.txt e la sua reale utilità per un ecommerce.
La misurazione della visibilità nelle risposte AI è passata in tre mesi dall’essere impossibile all’essere parziale. È un miglioramento reale, purché nessuno lo racconti come se fosse completo.
Fonti: Google Search Central Blog (3 giugno 2026), Google I/O 2026, analisi di settore su CTR e zero click pubblicate a luglio 2026, documentazione Bing Webmaster Tools.








