Facebook e i “Server Sirena”: 2 miliardi di utenti che lavorano gratis

Facebook e i “Server Sirena”: 2 miliardi di utenti che lavorano gratis

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E se qualcuno ci pagasse per i nostri post su Facebook? Tutti i giorni sui social network noi produciamo dati, che poi le piattaforme rielaborano in pubblicità. In pratica, lavoriamo gratis per le aziende, generando il loro prodotto di maggior valore.

Oggi è il compleanno del tuo compagno. Qual è la prima cosa in assoluto che farai? Sicuramente mandargli gli auguri su Facebook, taggarlo in una storia su Instagram, cercare un regalo su Amazon o su Google. Poi magari, tra una pausa e l’altra, metterai un like all’ultimo post Facebook della CocaCola, e guarderai anche com’è carina la foto di quella pagina che hai iniziato a seguire da poco. Oh, è appena apparso un contenuto sponsorizzato: era proprio il frigorifero che volevi! Ma come è possibile?

Tutti i giorni sui social network noi produciamo dati

Tutti i giorni sui social network condividiamo con i nostri amici momenti particolari della vita, opinioni che riteniamo interessanti, contenuti divertenti. Facebook, Instagram, Youtube e Twitter sono diventati luoghi virtuali di svago, dove intrattenere rapporti sociali.
Quello che volutamente ignoriamo, però, è che ogni nostra piccola azione si traduce immediatamente in informazioni. Informazioni sul nostro conto: ciò che ci piace, che vorremmo, a cui siamo affini. Informazioni che costituiscono una ricchezza enorme per le piattaforme, perché sono in grado di rielaborarli per rivenderci pubblicità. “Era proprio il frigorifero che volevo!”.

Server Sirena: come i social network guadagnano dai dati.

Da questo immenso traffico di dati gli unici a guadagnarci sono i "server sirena".
Con questo nome, coniato dallo scrittore Jaron Lanier, si indicano tutte le piattaforme digitali che sono in grado di generare valore, attraendo gli utenti.
Noi ci lasciamo catturare dal richiamo della condivisione e, solo per avere in cambio un servizio gratuito in più, lavoriamo gratis per loro. Sì, perché quello che produciamo si può considerare a tutti gli effetti “lavoro”, per due principali motivi:

  1. Studiare i comportamenti di grandi masse di persone aiuta a prevederli e in seguito influenzarli.
  2. Si stanno abbattendo i costi delle professioni intellettuali. Google non ha bisogno di assoldare linguisti e traduttori per aggiornare i sistemi di un servizio come Translate perché ci pensiamo noi con i nostri suggerimenti a farlo gratis per l’azienda.

Data Economy: un’economia basata sulle informazioni

Viviamo in un epoca in cui l’intera economia si basa sulle informazioni, la cosiddetta “data economy”. Basti pensare che il mercato europeo relativo alla vendita e all’acquisto di dati valeva già 55 miliardi di euro nel 2015 e, secondo le previsioni degli esperti, arriverà a valere oltre 80 miliardi di euro nel 2020.
È un modello inefficiente e ingiusto, secondo alcuni pensatori come lo stesso Lanier, perché considera i dati come prodotti dello svago e non del lavoro.
Invece, in una società più equa, tutte le informazioni che ogni utente elabora dovrebbero essere considerate di sua proprietà intellettuale, e, per questo, dovrebbero essere pagate alla stregua di un lavoro.

Il futuro del Data Economy

Oggi ci sono molti studiosi che stanno sollecitando economisti e imprenditori a creare un nuovo mercato per i dati degli utenti, che dovrebbe retribuire ogni persona per le informazioni che produce e creare nuove possibilità di lavoro.
Ma la strada è ancora molto lunga e la meta si perde, nella marea di dati sensibili prodotti proprio da quei 2 miliardi di utenti di Facebook che lavorano e continuano a lavorare ogni giorno gratis, senza alcuna retribuzione, generando per le stesse piattaforme il loro prodotto di maggior valore.