
Dal 30 agosto 2026 la stessa pagina può essere penalizzata per un utente che cerca da New York e non esserlo per uno che cerca da Milano. Google ha aggiornato la documentazione della site reputation policy il 28 agosto e ha introdotto due esiti diversi a seconda di dove si trova chi fa la ricerca. È la prima volta che l’azienda differenzia l’applicazione di una policy antispam su base geografica, e non è successo per scelta editoriale: dietro c’è un’indagine della Commissione europea aperta sotto il Digital Markets Act.
Due Europe nella stessa policy
La site reputation policy, introdotta con il core update di marzo 2024, riguarda i contenuti di terzi pubblicati su un sito ospitante soprattutto per sfruttare i segnali di ranking che quel dominio ha guadagnato con i propri contenuti. In gergo di settore si chiama parasite SEO.
Cosa succede ora, secondo la documentazione ufficiale:
- Fuori dallo Spazio economico europeo: le pagine giudicate fuori linea possono essere colpite da una manual action, che agisce sulla porzione di sito interessata quando compare nei risultati mostrati a utenti extra SEE.
- Dentro il SEE (i 27 Stati membri più Islanda, Norvegia e Liechtenstein): le stesse pagine non subiscono l’effetto della manual action. Possono invece essere categorizzate come separate dal dominio principale, così che le diverse parti del sito si posizionino in modo indipendente, ciascuna sui propri meriti.
La notifica resta: Google avvisa nel rapporto Azioni manuali e nel centro messaggi di Search Console, con possibilità di sistemare il problema o presentare una richiesta di riconsiderazione. Per i siti nel SEE l’azienda ha introdotto un processo di riconsiderazione con tempi di risposta più rapidi e motivazioni più dettagliate, oltre alla possibilità di ricorrere a una mediazione esterna.
Le manual action già applicate in Europa vengono revocate. Google specifica anche che il fatto di essere stati colpiti in passato non viene usato come segnale di ranking, e che le pagine interessate non devono essere disadattate per quel motivo.
Cosa significa davvero “categorizzare come separata”
Questo è il punto che molte sintesi hanno saltato, ed è quello che conta di più nel medio periodo.
Google applica in generale una presunzione: le singole pagine, comprese quelle nuove, hanno la stessa qualità complessiva delle altre pagine del dominio. È il motivo per cui una sezione ospitata su un dominio forte parte avvantaggiata. Quando una porzione di sito viene categorizzata come separata, quella presunzione decade.
Non è un crollo immediato. La documentazione chiarisce che la sezione non perde di colpo i segnali del sito principale, ma che nel tempo i sistemi di ranking imparano a valutarla in modo indipendente. Il risultato può essere migliore o peggiore a seconda di quanto quella sezione vale davvero. La categorizzazione in sé non è usata come segnale di ranking.
Detto in modo diretto: in Europa non arriva più la mazzata, arriva la fine del prestito. Chi aveva costruito una sezione che campava di rendita sull’autorità del dominio si troverà a competere con i propri numeri, senza un grafico in picchiata che segnali il momento esatto in cui è successo.
Perché Google ha cambiato approccio
La Commissione europea aveva aperto un’istruttoria sotto il Digital Markets Act dopo le segnalazioni degli editori, che lamentavano di essere retrocessi nei risultati quando ospitavano contenuti di partner commerciali, una modalità di monetizzazione diffusa e legittima. Le violazioni del DMA possono costare fino al 10% del fatturato annuo globale.
Google ha accompagnato la modifica con una posizione tutt’altro che entusiasta: sostiene che gli utenti europei non siano meno infastiditi degli altri dal parasite SEO e dalle tattiche pay-to-play che degradano i risultati, ribadisce di credere nella propria policy, e dichiara di avere accettato di modificare l’approccio all’applicazione in Europa per rispondere alle preoccupazioni della Commissione. Tradotto: l’ha fatto per evitare una sanzione, e lo ha messo per iscritto.
I quattro fattori della revisione umana
Nell’aggiornamento del 28 agosto la documentazione ha sostituito parte degli esempi con i criteri che Google usa nella revisione umana, che vale a livello globale. L’obiettivo dichiarato è capire quanto il dominio ospitante controlli davvero il contenuto:
- Come il contenuto è presentato: grafica, formattazione, tipografia ed esperienza d’uso sono coerenti con il resto del dominio?
- La qualità del contenuto: ci sono problemi di qualità che sulle altre pagine del sito non compaiono?
- La paternità dichiarata o implicita: è esplicito chi è l’autore e chi si assume la responsabilità editoriale?
- La presenza altrove: lo stesso contenuto, identico o quasi, compare su molti altri siti?
Nessuno dei quattro è decisivo da solo. Vale anche la precisazione opposta, spesso ignorata: ospitare contenuti di terzi non è di per sé una violazione. Google elenca esplicitamente tra i casi che non rientrano nella policy i comunicati stampa, le notizie sindacate, i contenuti generati dagli utenti come forum e commenti, gli articoli di opinione, i contenuti in native advertising pensati per essere distribuiti ai lettori, e i link di affiliazione gestiti correttamente.
I tre esempi ufficiali valgono più della norma
Nella documentazione Google descrive tre scenari concreti, ed è la parte da leggere se sul tuo sito esiste una sezione fatta con un partner.
Sezione coupon integrata, azione improbabile. Un editore ospita un’area coupon realizzata con un fornitore specializzato, su un CMS diverso ma in una sottocartella integrata nella home e richiamata negli articoli, con categorie specifiche per quel pubblico, natura commerciale dichiarata, responsabilità editoriale indicata, codici citati anche in contenuti redazionali e newsletter, navigazione facile e un canale di segnalazione per i problemi.
Articolo di affiliazione senza autore e senza integrazione, azione probabile fuori dal SEE. Una testata economica ospita un pezzo con link a un marketplace, senza autore né responsabile editoriale identificati, senza dichiarazione della natura commerciale, non collegato ad alcuna sezione tematica e con contenuto sostanzialmente duplicato da un sito terzo.
Sezione cucina firmata da un freelance, azione improbabile. Una testata apre una sezione con link di affiliazione a negozi di alimentari e utensili, contenuti prodotti da un collaboratore identificato come autore, con branding coerente e responsabilità editoriale dichiarata, anche se lo stesso freelance scrive per altre testate.
Il discrimine non è la presenza di un partner commerciale né quella dei link di affiliazione. È l’integrazione reale, la responsabilità editoriale dichiarata e l’originalità della selezione.
Cosa cambia per chi vende online in Italia
Tre implicazioni concrete.
Se ospiti contenuti di terzi. Aree coupon, blog in affiliazione, spazi editoriali venduti, guide firmate da fornitori. Per gli utenti italiani non rischi più la retrocessione da manual action, ma rischi la separazione, che è meno rumorosa e più duratura. I quattro fattori sono anche una checklist di lavoro: autore visibile, responsabilità editoriale scritta, design coerente, contenuti non replicati identici altrove, sezione raggiungibile dalla navigazione principale.
Se guardi la concorrenza. Le pagine che erano state retrocesse tornano a competere nelle SERP italiane. Sulle query commerciali più contese, dalle recensioni comparative ai codici sconto, è ragionevole aspettarsi più pressione da grandi domini che ospitano contenuti di partner. Un calo di posizioni nelle prossime settimane potrebbe non dipendere dal tuo sito.
Se lavori su più mercati. La stessa URL può avere trattamenti diversi dentro e fuori dal SEE. I report vanno segmentati per paese, e i rilevatori di posizionamento che interrogano Google da server statunitensi possono restituire un quadro che in Italia non esiste. Vale la stessa disciplina di lettura dei dati che serve durante un aggiornamento dell’algoritmo, quando la tentazione è intervenire prima di aver capito.
La policy non è stata cancellata: in Europa è cambiata la conseguenza, non la regola. E la conseguenza nuova, quella che toglie silenziosamente l’autorità presa in prestito dal dominio, somiglia parecchio a ciò che il core update di maggio ha fatto ai siti costruiti su contenuti di terzi. Il messaggio di fondo resta quello che tiene insieme tutti i livelli della SEO nel 2026: un contenuto deve valere per quello che è, non per il dominio su cui si appoggia.








